Per Yiyi Wang, una città diventa personale nel momento in cui viene inquadrata in modo nuovo. Due persone possono trovarsi nello stesso luogo e notare qualità visive completamente diverse. La sua attenzione va innanzitutto al colore: non al colore isolato, ma al rapporto tra i colori sotto una luce particolare. Solo dopo arrivano tensione, contraddizione ed emozione.
Questo modo di guardare nasce da un’infanzia trascorsa tra disegno e pittura. La fotografia è arrivata più tardi, prima attraverso uno smartphone e poi con una fotocamera ricevuta dallo zio, ma la composizione le era già familiare. La fotocamera ha dato una nuova struttura ad abitudini visive che coltivava da anni.

Quando si riconosce il colore nelle ombre
Wang paragona la propria attenzione per il colore alla pittura impressionista. Un oggetto rosso o un cielo blu le interessano meno delle sfumature nascoste in un’ombra, del calore riflesso in una zona scura o del modo in cui più tonalità cambiano insieme al variare del sole.
Quando diventi consapevole dei colori presenti nelle ombre, non riesci più davvero a ignorarli.
Una volta che questi rapporti diventano visibili, spiega, è difficile non notarli più. Il racconto arriva in un secondo momento, attraverso la contraddizione e l’emozione. Una scena può contenere una forte storia umana, ma senza un rapporto convincente tra colore e luce potrebbe non attirare subito il suo sguardo.
I parchi di Berlino come vuoto informativo
I parchi di Berlino sono importanti per Wang perché le sembrano insolitamente poco costruiti. Rispetto ai parchi che conosceva a Pechino, dove elementi progettati come pavimentazione, lampioni, ponti e ringhiere possono rimanere molto visibili, gli spazi verdi berlinesi appaiono spesso più nettamente separati dalla città circostante.
Entrarvi, racconta, è come immergersi per un momento in un vuoto informativo. La vegetazione, la luce e l’angolo più basso del sole del Nord creano passaggi tonali morbidi che le ricordano la pittura.

Scoprire che luoghi come il Tiergarten sono plasmati dalla tradizione del giardino paesaggistico inglese ha reso questa impressione ancora più complessa e interessante: anche uno spazio che sembra naturale può essere un’imitazione progettata della natura.
Che cosa racconta un’inquadratura di chi fotografa
Wang ritiene che ogni fotografia riveli qualcosa di chi l’ha scattata attraverso le sue scelte: che cosa includere o escludere, che cosa attira l’attenzione e che cosa viene ignorato. In una formula concisa, una fotografia può mostrare la sensibilità, il modo di prendere decisioni e perfino le dimensioni dell’ego di chi fotografa.

La sua formazione pittorica rafforza questa consapevolezza. È abituata a controllare e riconsiderare la composizione, ma anche a chiedersi che cosa renda insostituibile un mezzo espressivo. La fotografia non esiste separata dalla storia dell’arte; deve comunque dimostrare che cosa può fare in modo specifico proprio in quanto fotografia.
Il rullino scomparso
Un rullino ha accompagnato Wang in un viaggio attraverso diversi Paesi e continenti. Su un’unica striscia di pellicola si trovavano fianco a fianco culture e paesaggi differenti: palette simili ricombinate in modi nuovi, forme familiari trasformate da piccoli dettagli.

Poi il laboratorio ha perso il rullino.
Quell’esperienza l’ha portata a non fotografare su pellicola per diversi anni. La perdita non riguardava soltanto le immagini mancanti: aveva incrinato la fiducia nelle persone a cui era affidato il processo materiale. Wang distingue questo episodio dalla normale incertezza della fotografia analogica. Una pellicola o una fotocamera possono guastarsi, ma consegnare a qualcun altro un materiale irripetibile richiede un altro tipo di fiducia.
Il rullino perduto ha anche reso più nitida la sua percezione del vivere tra culture diverse. A volte i luoghi sembrano universi separati, altre volte si rivelano sorprendentemente simili. Conoscere più contesti culturali nello stesso tempo può generare una forma particolare di solitudine, quando i legami tra quei contesti restano invisibili a chi ne conosce soltanto uno.
Fotografare senza trasformare tutto in “arte”
Sebbene lavori nell’arte contemporanea, Wang ha scelto consapevolmente di mantenere la fotografia in parte separata dalla propria pratica artistica. Non tutto, osserva con ironia, deve diventare per forza così artistico.
Questa distanza contribuisce al suo interesse per i ritratti concettuali di Cindy Sherman. Sherman dimostra quanto il ritratto possa essere usato come mezzo costruito: costume, personaggio e punto di vista organizzano lo sguardo di chi osserva.

Wang non si sente ancora a proprio agio né con il ritratto né con l’essere fotografata. Proprio per questo disagio immagina futuri autoritratti realizzati con costumi o cosplay, trasformando l’immagine familiare del proprio volto in qualcosa di abbastanza estraneo da stimolare una riflessione.
Altri luoghi come specchi
L’idea che Wang desidera lasciare a chi legge non è soltanto quella di osservare con maggiore attenzione i luoghi sconosciuti, ma di usarli come specchi per guardare quelli familiari.
Usa altri luoghi come specchi attraverso i quali tornare a guardare gli spazi che già conosci.
Viaggiare cambia la percezione di casa. Una latitudine diversa modifica l’altezza del sole; un’altra cultura cambia ciò che appare normale; un nuovo paesaggio rende nuovamente visibili i piccoli dettagli di uno conosciuto. La fotografia può trattenere questi confronti abbastanza a lungo da permetterci di riconoscerli.
Una città diventa personale attraverso ciò che scegliamo di notare. A volte comprendiamo quelle scelte soltanto dopo averla lasciata.
Developing Stories è la serie editoriale di Berlin Photo Studio dedicata alle persone, ai ricordi e alle vite che si trovano dietro la pratica fotografica.